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Episodio VIII: " Alè, alè, alè Cessel"

Certe stagioni, forse fa strano dirlo, te le ricordi più per quello che c’era intorno al campo che per quello che ti ritrovi a vivere dentro. La mia seconda stagione a Roma, l’anno 1995/1996, è stato un anno davvero bello e se dovessi racchiuderlo in un ricordo od in un suono, sarebbe sicuramente:

 

“Alè, alè, alè Cessel”.

Andrea Cessel, un giocatore ed un ragazzo con una grinta ed una voglia fuori dal comune, un leone vero in campo. Lui davvero può essere il simbolo di quello per cui si appassionano i tifosi: la grinta, il mettere tutto sul campo, il cuore. Perché puoi vincere o perdere, puoi essere il più forte o il più scarso, ma se ci metti quella roba lì in campo, stai sicuro che la gente ti vorrà bene.

E’ questo che cerco di spiegare ai miei ragazzi, anche oggi: lo sport è fatto di difficoltà, di momenti in cui vinci e in cui perdi, ma in campo devi metterci l’anima. E se non ce la metti, non c’è scusa che tenga.

In quella stagione mi ricordo più di una volta il PalaEur che scoppiava di persone: contro la Virtus Bologna dove vincemmo grazie ad Emiliano (Busca, ndr) che fece una partita pazzesca, contro Treviso dove all’ultimo atto stagionale capii veramente che cosa volesse dire giocare e vedere un intero impianto di oltre diecimila persone che si alza in piedi e ti batte le mani.

Eravamo una squadra con un grande carattere. All’inizio di quell’anno da Milano arriva Hugo Sconochini: raramente mi ricordo un giocatore fare una stagione come l’ha fatta Hugo quell’anno lì. Non so a quanto abbia chiuso di media, credo oltre i 20 punti, ma era una cosa inarrestabile a volte ed infatti ha fatto la carriera che ha fatto insomma…Con Lui è rimasto davvero un bel rapporto, ci siamo rivisti alle finali nazionali fatte a Milano con l’under 18 HSC, dove in campo c’erano Adriele Zoffoli e Daniele De Robertis e dove abbiamo vinto il titolo nazionale. Hugo persona oltre: ti dava tutto, prima come uomo che come giocatore, solare, generoso, capace di entrarti davvero nel cuore.

Ah, a proposito di incontri. Faceva parte del nostro staff tecnico Stefano Franceschina, che oggi è uno dei fondatori e allenatori del Pass Roma, squadra che con i ragazzi della Gold incontriamo questa domenica! Sarò felice di rivederlo!

Se sotto canestro quell’anno con gli americani faticammo un po’, sull’esterno ne arrivò uno che i tifosi chiamavano il “Marines”: Steve Henson.

Uno di poche parole e di molti fatti, uno che non amava per nulla girare intorno alle situazioni ma a cui piaceva andare dritto al sodo. Punto. Faticò un po’ ad inizio anno ma il motivo era chiaro: veniva dalla Nba ed in America quando ti chiedono di fare lo specialista, come era lui, sei concentrato a fare solamente quello. Qui gli veniva chiesto di allargare le competenze e di prendersi più responsabilità. Dicevo, faticò all’inizio ma una volta ingranato era uno spettacolo per gli occhi: forte, forte, forte e tiratore vero. Fece un tiro pazzesco ai supplementari contro Milano che ci valse una vittoria, una partita devastante contro Treviso ai playoff in cui ne mise credo 40 0 39 o 38…(con Hugo che ne aveva messi 30). Cultura dell’allenamento, rispetto per compagni ed avversari, ora starò per dire una frase da vecchio vero, ma quelli come lui non ne fanno mica più tanti.

Certe stagioni te le ricordi per questi episodi e per un sacco di altri: la stoppata di Hugo contro Bologna, i tifosi che sentivano un sacco il match contro Forlì che vincemmo in rimonta, quella volta in cui giocai da pivot per tutta la partita.

Però oltre a tante belle immagini, certi anni ti lasciano grandi insegnamenti e grandi speranze. Roma era al secondo anno di una vera e propria ricostruzione: avevamo un simbolo nuovo, un triangolo con il Colosseo ed il pallone che entrava dentro, avevamo l’obbligo e sentivamo la voglia di tornare nel cuore della gente. E ci stavamo riuscendo.

Non eravamo i più forti ma quello che ti insegna un anno così è che se però dai tutto te stesso, stai già un passo avanti.

 


Ufficio Stampa Virtus Roma 1960.

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