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EPISODIO IX: "UN DOLCETTO PER I RAGAZZI"

Nello sport, nel basket, è fondamentale saper reagire. In una partita, nella sfida successiva. Il basket ti mette di fronte a ritmi altissimi, non esiste momento di riposo, un momento sei in attacco e quello dopo in difesa. 

La stagione 1996/1997 mi ha lasciato questo insegnamento, per diversi motivi ed in diverse occasioni. Ma andiamo per gradi: il Marines Henson era rimasto con noi, Hugo dopo un campionato pazzesco ci aveva lasciato per trasferirsi al Panathinaikos ma erano arrivati due degli italiani più talentuosi del campionato, Davide Ancilotto e Davide Pessina. 

Il primo ricordo, che se ci penso mi fa ancora ridere da morire, è a Reggio Calabria. Avevamo appena perso male (78-68) e gli animi non erano proprio dei migliori. Il nostro albergo era bellissimo e stava di fronte al mare ed il ristorante era sulla terrazza che dava proprio sullo stretto di Messina. Le facce erano bruttine, c’era tensione ma lì ecco l’eroe che non ti aspetti: il cameriere. 

“Lo vogliamo dare un bel dolcetto a questi ragazzi?”

Quella frase così normale, così spontanea, è stata in grado di spezzare la tensione della sconfitta, a tal punto che quando il nostro Dottore, Alessandro Bomprezzi, disse al cameriere di chiedere autorizzazione ad Attilio Caja, il coach acconsentì, e per fortuna. Ragazzi c’era ogni ben di Dio: i cannoli qualcosa di spettacolare. 

Stagione davvero strana, altalenante, anche a causa degli infortuni. Davide era stato costretto a saltare più di qualche partita e con o senza di lui c’era un enorme differenza. Però, nonostante tutto, eravamo sempre là, con la giusta tigna e con il giusto atteggiamento. 

In campionato chiudemmo sesti ma se vi dovessi dire, è la Coppa che mi regalò le emozioni più belle. Primi in un girone davvero duro, chi se la scorda la marcatura su Griffith: tutti dicevano che era enorme, grosso, tosto ma io mi divertivo a dire che era “spesso”. Ragazzi, aveva un petto enorme, e-n-o-r-m-e. E se riesci a marcarlo, bravo te lo devi dire. 

Ma se c’è un eroe è Capone. Ci regalò l’emozione di riuscire a rimontare uno svantaggio di diciotto punti contro Granada. Il Palazzetto dello Sport di Viale Tiziano era infuocato, non ricordo quanti ne fece, credo 26 o 28 o 29 ma è rimasta una delle partite più folli che ho visto da parte di un mio compagno. 

Insieme a Claudio, ad Emiliano, a me c’erano poi giocatori di talento vero: Davide Ancilotto e Davide Pessina. 

Anci era uno con la faccia “giusta”: talento cristallino, visione di gioco fuori dal comune, analisi dei momenti che mixati ai due metri che si portava dietro, lo rendeva un giocatore pazzesco, nonostante non fosse uno che ti ammazzava sul primo passo o sull’esplosività del primo passo. 

Poi c’era il Pes. Il Pes è stato un vero e proprio passo nel futuro, un lungo di quelle dimensioni che tirava da tre punti, uno che tecnicamente era davvero incredibile, bello da vedere, pulito, elegante. E ti dirò che oggi sentirlo in telecronaca, non mi stupisce per nulla ed anzi, non so se ci leggerà, ma voglio fargli davvero i complimenti, perché è davvero bravo. 

E poi era un predestinato perché è sempre stato uno coinvolgente, uno che fa la differenza in una squadra ed in un gruppo. E’ uno di quelli che ha un pregio pazzesco: riesce con le sue parole a riempire i silenzi. 

I ragazzi come il “Pes” sono l’ago della bilancia dentro uno spogliatoio, sono il segreto. 

E sono quelli che in periodi complessi ti aiutano a ritrovare la rotta. Perché purtroppo gli infortuni fanno parte di questo gioco, ti distruggono emotivamente e devi sapere non solo dare forza a chi si è fatto male ma anche a chi scende in campo. Ogni scossa genera un nuovo equilibrio. 

E non è solo l’infortunio, è anche la sconfitta quando pensavi che non arrivasse o quando ti sommerge e non vedi l’ora che la partita finisca. 

Saper reagire, sapersi fidare ed affidare. 

Ed è quello che oggi, soprattutto oggi, vorrei trasmettere ai miei ragazzi. 


 


Ufficio Stampa Virtus Roma 1960.

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